Mente e conoscenza
La conoscenza risiede nelle connessioni
(James McClelland)
I modelli di rappresentazione delle conoscenze
Rielaborazione da una lettura del cd "I segreti della mente" ed. Le
Scienze, edizione italiana di Scientific American.
Uno degli elementi che più differenziano i modelli connessionisti e i
modelli tradizionali di rappresentazione e di elaborazione delle conoscenze nel
corso dell'attività cognitiva è costituito dal modo in cui la
conoscenza è immagazzinata nella rete. Tradizionalmente i logici, i
filosofi e gli scienziati cognitivi hanno immaginato che la nostra conoscenza
sia, in un certo senso, scritta in una sorta di libro, caratterizzato da una
terminologia esplicita e con un formato consultabile da parte della nostra
attività cognitiva.
Nei modelli connessionisti, invece, la conoscenza è direttamente
contenuta nelle connessioni interneuronali. Questo è un modo
interessante e innovativo di rappresentare la conoscenza, poiché implica
che essa non sia direttamente accessibile da parte dei processi mentali. La
conoscenza è ciò che guida il pensiero, ma non qualcosa che noi
consultiamo mentre pensiamo. Le connessioni fra i neuroni non possono essere
ispezionate; non possono essere lette o interpretate per qualcun altro. Possono
solo influenzare il modo in cui un neurone attiva altri neuroni. E nello
stesso modo la conoscenza delle connessioni, nelle nostre simulazioni, ci
consente di capire che stiamo guardando una particolare parola, e di utilizzare
l'informazione proveniente dalle lettere vicine per dedurre l'identità
di una lettera specifica. Ma questa conoscenza non è esplicitamente
disponibile come tale. Ecco qual è la vera differenza tra i modelli
connessionisti di rappresentazione delle conoscenze e l'approccio tradizionale
alla rappresentazione della conoscenza.
Una rete capace di apprendere
Seguiamo testualmente J. McCLelland:
"Vorrei descrivervi un esempio nel quale si vede come queste idee possano
tradursi in azione nella realtà. L'esempio riguarda l'apprendimento di
un compito in apparenza relativamente semplice: imparare a dire se due segnali
sono uguali o diversi l'uno dall'altro. Per semplicità userò le
cifre 0 e 1. Quando i nostri due segnali sono questi, o questi, diremo che sono
"differenti", mentre se sono questi, o questi, diremo che sono
"uguali".
Andiamo ora a costruire una rete in grado di imparare a calcolare la seguente
funzione: se i due segnali di entrata sono identici, allora il segnale di
uscita sarà uguale a 1; se i due segnali di entrata sono diversi, allora
il segnale di uscita sarà uguale a 0. Vediamo, ora, come avviene
l'apprendimento nella rete: la forza delle connessioni prima tra i segnali di
entrata e i neuroni intermedi, e poi tra i neuroni intermedi e i segnali di
uscita, sono del tutto casuali. Questo dipende dal fatto che, quando
presentiamo uno dei quattro segnali di entrata possibili, la risposta della
rete è anch'essa casuale. Ad esempio, se presentiamo 1 e 0, con una
piccola connessione positiva qui e una piccola connessione negativa qui,
né i neuroni intermedi, né i neuroni di uscita saranno molto
attivi, e questa non è la risposta attesa.
Detto questo, noi possiamo, però, insegnare alla rete qual è la
risposta corretta da dare a ciascun segnale: 0 quando i segnali sono diversi, e
1 quando sono uguali. La rete avrà così la possibilità di
confrontare i propri risultati con la risposta corretta. Quest'idea
corrisponde esattamente a quella di confrontare le previsioni con le
informazioni che ci vengono presentate dall'ambiente.
La rete utilizza, quindi, un algoritmo denominato "retropropagazione"
che, partendo dallo scarto tra le sue previsioni e il risultato desiderato,
modifica gradualmente le forze delle connessioni tra i neuroni.
Ricapitoliamo come avviene l'apprendimento della rete. Alla rete sono
presentate delle informazioni, a partire dalle quali essa fa delle previsioni.
Di volta in volta la rete paragona le sue previsioni con i risultati attesi e,
per retropropagazione, modifica le forze delle connessioni tra i suoi neuroni.
Progressivamente questo processo consentirà alla rete di trovare quelli
che sono i valori corretti in grado di indurre le connessioni a modificarsi,
producendo le risposte attese.
Come si passa da un'idea a un'altra?
Supponiamo che io stia pensando a una tazza da caffè sulla quale
è dipinta una giraffa. In termini connessionisti si pensa che a questo
punto accada questo: il fatto di pensare alla tazza con la giraffa attiva
gruppi di neuroni in diverse parti del mio cervello. Uno di questi gruppi si
trova in regioni strettamente visuali o, in altre parole, parti del cervello
che rappresentano esattamente l'aspetto della tazza, la forma del manico e il
modo in cui esso si congiunge alla tazza stessa. Un altro gruppo di neuroni
magari rappresenta il mio pensiero del momento: "Mi piacerebbe che questa
tazza fosse piena di caffè perché ho proprio bisogno di
caffeina". Un'altra parte del mio cervello può contenere un gruppo
di neuroni attivi, che rappresenta il mio pensiero sulla giraffa: "che
immagine strana per una tazza da caffè!". Si arriva, dunque, a un
concetto molto semplice: il contenuto del pensiero è rappresentato da
una "distribuzione di attività", la quale specifica per
ciascun neurone se esso è o non è attivo. E quando io penso,
immagino che queste distribuzioni di attività evolvano e si modifichino
a ogni passaggio dei miei processi cognitivi.
Ma se il contenuto del pensiero è una distribuzione di attività,
allora ci si può chiedere come si passa da un pensiero a un altro.
Questo è precisamente il compito delle connessioni interneurali, che mi
permettono di passare da una distribuzione di attività alla successiva.
Dunque, l'idea fondamentale è che ciò che fa evolvere le
distribuzioni di attività sono proprio le connessioni tra i neuroni.
Un buon esempio è il modello di cui abbiamo parlato: quando le
attivazioni cominciano a formarsi a livello delle lettere, esse producono a
loro volta attivazioni a livello delle parole. La successione dei pensieri
è, pertanto, rappresentata dalla successione delle distribuzioni di
attività del modello. L'apprendimento modifica le connessioni
Uno degli aspetti più interessanti e importanti dei modelli
connessionisti è il modo in cui l'esperienza modifica le connessioni fra
neuroni. Vorrei spiegarvi questo concetto prendendo l'esempio dello sviluppo
del bambino, poiché ritengo che questo sia uno degli ambiti in cui
è davvero importante comprendere come l'esperienza si integri nel
cervello. In quest'area le mie idee si rifanno a quelle di Jean Piaget, secondo
il quale in ogni momento il bambino piccolo cerca di prevedere e di
comprendere ciò che gli accade attorno.
I modelli connessionisti cercano di spigare ciò che accade immaginando
che il cervello usi l'informazione proveniente dalle esperienze recenti come
base per cercare di prevedere ciò che accadrà, e che quindi il
cervello osservi ciò che accade realmente. Immaginiamo che un bambino
abbia di fronte uno schermo opaco, e che una palla venga fatta rotolare sul
pavimento così da farla scomparire dietro lo schermo. La domanda
è: che cosa dovrebbe aspettarsi il bambino? Se non ha conoscenze
precedenti, può darsi che non si aspetti che la palla riappaia
dall'altra parte dello schermo. Se questo è il caso, proverà
davvero sorpresa a vedere riapparire la palla. Noi pensiamo che sia proprio
questo tipo di sorpresa a spingere il bambino ad apprendere che gli oggetti
continuano a esistere anche quando noi non li vediamo più. L'idea
fondamentale è la seguente: nel corso di una qualunque esperienza la
mente continua a cercare di prevedere gli eventi futuri, mentre ciò che
accade realmente indica alla mente ciò che essa avrebbe dovuto
prevedere. Il cervello segue, quindi, una regola di apprendimento molto
semplice: esso corregge i parametri delle nostre aspettative mentali, in modo
che la volta successiva le nostre previsioni siano più precise. Quando
questi parametri sono ben regolati, noi abbiamo a nostra disposizione un
modello interno del mondo che ci circonda. Questo è il concetto
fondamentale." (James Mc Clelland)

