Educazione alla salute - Normativa cittadinanza e costituzione Educazione alla salute - Normativa cittadinanza e costituzione

Commento di Luciano Corradini al DL 1 settembre 2008, n.137

La sperimentazione di Cittadinanza e Costituzione come caccia al tesoro


La sperimentazione di Cittadinanza e Costituzione
come caccia al tesoro
 
Premessa
Il tesoro di cui si parla è la nostra Costituzione: essa è in certo senso la “mappa del tesoro”, perché il vero tesoro sono i principi e i valori che essa individua, precisa, propone al popolo e per esso alle formazioni sociali in cui si svolge la personalità dei singoli, e in particolare alle istituzioni politiche democratiche.
Per portare questa mappa entro la scuola, la legge ha previsto una sperimentazione nazionale di “Cittadinanza e Costituzione”, finalizzata non a diffondere buone pratiche d’insegnamento dei valori costituzionali, cosa possibile anche nell’attuale ordinamento, ma a promuovere un’innovazione di questo ordinamento, e cioè “progetti volti ad esplorare possibili innovazioni riguardanti gli ordinamenti degli studi, la loro articolazione e durata, l’integrazione fra sistemi formativi, i processi di continuità e di orientamento” (art 11 dPR 275/1999). Questo è il compito che le scuole sono chiamate ad affrontare, se vogliono, col contributo, a dire la verità non sempre illuminante, del MIUR, con la collaborazione dell’ANSAS di Firenze.
Vediamo prima in che senso la Costituzione può essere considerata un tesoro e poi in che senso la sperimentazione voluta dalla legge 169/2008 può essere definita come caccia al tesoro.
 
Carta fondativa e orientativa o “pezzo di carta”?
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 23 gennaio 2008, davanti alle Camere riunite per la celebrazione del 60° anniversario della Costituzione, da lui definito più familiarmente “compleanno” ha difeso la giovinezza di questa Carta, strumento fondamentale per uscire dall’incertezza e dalla confusione in cui siamo caduti. Di fronte alla nostra povertà di idee e di principi, la Costituzione è davvero una “mappa del tesoro”, se si trovano tempo e volontà di capirla, di studiarne le origini e le conseguenze, di ricordarla nella vita concreta, così come si ricorda il codice della strada quando si guida: e anche di intervenire a modificarla nelle parti bisognose d’intervento: ma col rispetto e con la competenza con cui si interviene a restaurare un’opera d’arte, non con l’intenzione di ricavarne un vantaggio per il proprio partito.
Ha detto Napolitano: “La data del 1° gennaio 1948 ha segnato la nascita di qualcosa che ha continuato a vivere, è vivo e ha un futuro - una tavola di principi e di valori, di diritti e di doveri, di regole e di equilibri, che costituisce la base del nostro stare insieme, animando una competizione democratica, senza mettere a repentaglio il bene comune”. Ha poi aggiunto, con una formula a lui cara, che "l'unità costituzionale" si è fatta "sostrato dell'unità nazionale". “E' mia convinzione, ha continuato Napolitano - da voi, ne sono certo, sostanzialmente condivisa - che non manchino al nostro paese le forze per superare le prove di questa fase storica e di questo cruciale momento. E' però necessario porre mano a quel rinnovamento della vita istituzionale, politica e civile, in assenza del quale la comunità nazionale, in tutte le sue parti, sarebbe esposta a crisi gravi”.
Egli non considera intoccabile la Costituzione, ma non ha parlato di riscrittura dell’intero testo: ha ricordato tutti i cambiamenti intervenuti in questi sessant’anni e i cambiamenti che non si è riusciti a fare, mai però sulla parte dei principi,. Ha ricordato il ruolo della Corte Costituzionale, che cancella le leggi ritenute anticostituzionali, ha ricordato i cambiamenti che stanno avvenendo in Europa, col nuovo statuto di Lisbona, che, una volta approvato, integrerà il nostro patrimonio costituzionale in dimensione europea.
Il Presidente non si è limitato ad una esortazione accorata. Ha riconosciuto che da molti segnali sembra che si sia perso il ricordo di quella che fu “una delle stagioni più altamente costruttive e creative della nostra unità nazionale”. “Il risultato cui si giunse fu possibile grazie a un confronto eccezionalmente ricco e approfondito e alla graduale confluenza - al di là dei contrasti e dei momenti di divisione che certamente non mancarono - tra le diverse correnti storico-culturali e politiche rappresentate nell'Assemblea Costituente”.
 
Ricordare per continuare a credere e ad essere
Bisogna dunque anzitutto ricordare, fare un adeguato sforzo di memoria, non dimenticare. Viene in mente l’espressione biblica: “Shemà Israel”. Questo ricordo collettivo spetta anzitutto alla scuola, che è l’istituzione in cui si verifica il passaggio di testimone fra una generazione a l’altra.
Quando andavano a scuola i ragazzi della mia generazione, era vigente lo Statuto Albertino, la costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848. Sulla base di questo Statuto, il Re Vittorio Emanuele III diede l’incarico di formare il Governo a Mussolini e ne ratificò gli atti liberticidi. Di qui nacque la guerra, con i suoi immani disastri. Ebbene se lo Statuto Albertino parlava solo al 28° articolo dei “regnicoli”, cioè degli abitatori del Regno, i nostri padri costituenti cambiarono totalmente la prospettiva. Scrissero infatti nell’art. 2 che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, come singolo e nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Un soggetto istituzionale come la Repubblica democratica, deliberata da un’assemblea costituente eletta a suffragio universale, comprese le donne, ha sostituito il Regno d’Italia. Questo nuovo soggetto istituzionale si riconosce legittimato dal popolo, a cui appartiene la sovranità e che dunque non è fatto da sudditi, ma da cittadini, o meglio ancora da uomini, a cui, di cui riconosce la pari dignità sociale. La Costituzione in questo articolo utilizza tre verbi, due sostantivi e due aggettivi, con i quali traccia la mappa fondamentale di un tesoro che è stato smarrito dalle dittature del primo Novecento e che è stato ritrovato a spese di immensi sacrifici, attraverso una guerra mondiale. I sostantivi sono i diritti e i doveri. I verbi sono: riconosce e garantisce, riferiti ai diritti, e richiede, riferito all’adempimento dei doveri. Gli aggettivi sono: inviolabili, riferito ai diritti, e inderogabili, riferito ai doveri. E riguardano l’uomo, soggetto e titolare degli uni e degli altri: ossia ogni uomo, sia come singolo, sia nelle “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.
La riconosciuta pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art.3), non sono un dato pacifico, ma valori da coltivare e obiettivi da perseguire. La Repubblica non si limita ad assistere alla dialettica sociale, affidando la riconosciuta dignità di tutti gli uomini al solo gioco della libertà e del mercato, ma assume su di sé il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art.3).
Qui il soggetto uomo, già riconosciuto come caratterizzato da importanti ma non discriminanti distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, viene ora riconosciuto in tre fondamentali dimensioni, che sono quelle della persona, del cittadino e del lavoratore. Anche qui la Repubblica non si limita a prendere atto di dimensioni che si sono affermate faticosamente nella storia, col contributo del pensiero cristiano, di quello liberaldemocratico e di quello socialista, ma assume il compito di promuovere il “pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese”, identificando e rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Anche l’uomo è un fatto da riconoscere, ma la sua dignità, i suoi diritti e i suoi doveri appartengono all’ordine dei valori, del dover essere, e possono essere negati di fatto: hanno a che fare con la libertà, ma non qualunque esercizio della libertà è compatibile con questa dignità, con l’esercizio di questi diritti e di questi doveri.
C’è una libertà che libera, che rende uguali e promuove giustizia, ordine e pace; e c’è una libertà che ostacola, impedisce, discrimina, esclude. Ebbene tutto l’ordinamento giuridico-politico che va sotto il nome di Repubblica democratica è volto a limitare il potere di danneggiare gli altri, ivi compreso il potere delle maggioranze, e a promuovere “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese”.
Questa organizzazione non è altro che la stessa repubblica democratica, che è concepita in tal modo sia come soggetto promotore, sia come risultato di un processo sociale che si regge proprio sul rispetto di questi diritti e sull’esercizio dei corrispondenti doveri: ossia sulle virtù personali, civiche e politiche e sul buon funzionamento di istituzioni sempre più capaci di attuare i principi costituzionali.
 
La Costituzione come garanzia, come impegno programmatico e come tesoro da riscoprire
Il cosiddetto patto costituzionale tra i cittadini è la scommessa-proposta fatta dai Costituenti, a nome del popolo italiano, cioè anche a nome nostro e dei nostri figli: la scommessa-proposta che una repubblica rispettosa dei diritti e dei doveri sarebbe stata compresa e rispettata da persone umane, cittadini e lavoratori divenuti consapevoli della posta in gioco: democrazia e pace, oppure dittatura e guerra.
La Repubblica ci deve trattare da uomini: ma noi dobbiamo trattare da uomini gli altri, sia come singoli sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la personalità di ciascuno. E la formazione sociale più impegnata a garantire sul piano giuridico e politico questo ordine etico è appunto la Repubblica: una repubblica che riconosce e promuove le autonomie locali, limita la propria sovranità a beneficio dell’ordine internazionale, ripudia la guerra e svolge tutte le altre funzioni di cui parlano i suoi limpidi articoli.
La repubblica democratica delineata dalla Costituzione, insomma, non si regge senza repubblicani democratici. E non si diventa democratici senza educazione alla responsabilità. Perciò la scuola, istituita dalla Repubblica per conseguire le finalità dell’ordinamento, è non solo produttrice di lavoratori, ma produttrice di cittadini democratici e in sintesi di repubblica. Il costituente Piero Calamandrei diceva che la scuola è organo dello stato, più dello stesso Parlamento, proprio in quanto produttrice di uomini che tra l’altro dovranno anche far funzionare il Parlamento secondo lo spirito e le finalità della Costituzione e non secondo gli interessi di qualcuno, a detrimento del pubblico bene, come spesso succede: col risultato di aumentare il pericoloso sentimento dell’antipolitica.
Ricordo, fra i numerosi e profondi interventi di alcuni illustri costituenti e costituzionalisti, un ragionamento che ha qualcosa di profetico. E’ di Luigi Sturzo, e dice:“La Costituzione è il fondamento della Repubblica democratica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal parlamento, se è manomessa dai partiti, se non entra nella coscienza nazionale, anche attraverso l’insegnamento e l’educazione scolastica e post-scolastica, verrà a mancare il terreno sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà” (Opera omnia, serie III, col 3, p. 212). Uno di questi se ci riguarda da vicino.
Ci possiamo chiedere allora se non ci siano responsabilità specifiche della scuola, non solo per i risultati scadenti degli apprendimenti di italiano, matematica, scienze, ma anche per lo scarso “capitale sociale” di cui si dispone. E più in generale se le generazioni che erano giovani negli anni ’50 e quelli che lo erano negli anni ’70 non abbiano “dimenticato” di trasmettere il “testimone” ai giovani di oggi, che appaiono spaesati e non impegnati a proseguire la staffetta della costruzione di una cittadinanza democratica.
Queste responsabilità sono sia dei legislatori, sia degli amministratori, sia degli insegnanti: vanno richiamate non tanto per colpevolizzarsi, quanto per cercare di imprimere alla nostra scuola e al nostro paese quella svolta senza la quale lo spirito nazionale e le istituzioni democratiche sono destinate ad un pericoloso declino.
Se la Costituzione è il “tesoro nascosto” della nostra convivenza civile, il tesoro che legittima la scuola e la funzione docente non come istituzioni marginali, ma come “produttrici” di Repubblica, occorre il coraggio di ripensarla per legiferare, per amministrare, per educare. Nell’insegnamento questo tesoro ci offre un menu di valori (in senso informatico) che possono validamente rispondere alle emergenze e alle miserie che affliggono la nostra vita sociale, a cominciare dalla vita della scuola. Le carte di navigazione da sole non ci garantiscono una buona navigazione, se il mare è in tempesta. Per questo sarebbe importante che le norme prevedessero un’adeguata “cabina di pilotaggio”, ossia di uno specifico tempo scuola per scandagliare i fondali e studiare le rotte sulla base di questa carta di navigazione, prevedendo un mix fra disciplinarità e trasversalità dell’educazione civica, che abbiamo chiamato “educazione alla cittadinanza e cultura costituzionale” con la direttiva 8.2.1996 n.58 e che la nuova legge 169/2008 chiama appunto Cittadinanza e Costituzione..
Fare bene scuola, in clima di autonomia, non significa insegnare tutto quello che è desiderabile, in modo esplicito, e neppure confinarlo nel libro dei sogni, ma tenere in vista e attivare, in classe e nelle assemblee, quei “discorsi” e quelle “attività” che rispondono a bisogni che via via si manifestano nella vita scolastica, in riferimento alla formula illuminante della dignità umana, dei doveri e dei diritti che la Costituzione riconosce e richiede, come condizioni per non ricadere nella dittatura e nella guerra. Seguiamo ora brevemente l’itinerario storico che riguarda lo sforzo di far entrare la Costituzione nella scuola
 
Dall’educazione civica a “Cittadinanza e Costituzione”
La storia dell’educazione civica nella scuola della Repubblica ha il suo prologo nell’ Assemblea Costituente (11.12.1947), dove fu votato all’unanimità, “con vivi prolungati applausi”, un odg presentato da Aldo Moro, in cui si chiedeva: “che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico nella scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sicuro retaggio del popolo italiano”.
In realtà ci fu un “indugio” di oltre dieci anni, fino a quando lo stesso Moro, divenuto ministro della PI, poté introdurre l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole secondarie, con dpr 13.6.1958, n.585. Anche la ricerca di un “adeguato posto nel quadro didattico nella scuola di ogni ordine e grado” non è stata facile, e non lo è neppure oggi.
Quel decreto, il cui titolo denunciava un’incertezza bisognosa di approfondimento epistemologico e didattico, presentava l’educazione civica per la scuola secondaria, 1) sia come “presente in ogni insegnamento”, 2) sia come “viva esperienza di rapporti sociali e pratico esercizio di diritti e di doveri nella stessa organizzazione della vita scolastica”, 3) sia infine come nucleo di argomenti etico giuridico politici, che andavano affidati “all’insegnante di storia”, in due ore mensili, 4) giovandosi di un “costante riferimento alla Costituzione della Repubblica”.
Vi si dice infatti, a proposito di questo insegnamento sui generis, che:
a) “con il primo termine, ‘educazione’, si immedesima con il fine della scuola e con il secondo, ‘civica’, si proietta verso la vita sociale, giuridica, politica, verso i principi che reggono la collettività e le forme nelle quali essa si concreta”;
b) “se pure è vero che l’educazione civica ha da essere presente in ogni insegnamento, l’opportunità evidente di una sintesi organica consiglia di dare ad essa un quadro didattico, e perciò di indicare orario e programmi e induce ad insegnare per questo specifico compito il docente di storia”;
c) occorre pensare all’”utilizzazione della stessa organizzazione della vita scolastica come viva esperienza di rapporti sociali e pratico esercizio di dritti e di doveri”;
d) l’educazione civica “si giova di un costante riferimento alla Costituzione della Repubblica, che rappresenta il culmine della nostra attuale esperienza storica, nei cui principi fondamentali si esprimono i valori morali che integrano la trama spirituale della nostra civile convivenza”
La storia veniva ridenominata "Storia ed educazione civica": ma il voto era unico per le due materie, sicché i suoi contenuti, pur previsti entro un contenitore curricolare “forte” come la storia, scivolarono lentamente nella marginalità, tanto da assumere quasi il carattere di appendice facoltativa, ininfluente sul profitto degli studenti. I nuovi programmi della scuola elementare (1985) e quelli della scuola media (1962 e 1979) diedero nuovo smalto al contenuto e al metodo dell’educazione civica, ma non riuscirono a riscattarla dalla marginalità.
Essa infatti non soddisfaceva ai criteri principali che giustificano il prestigio e la importanza di una materia scolastica. Tali criteri riguardano la tradizione accademica e scolastica, la fondazione epistemologica, la percezione sociale della rilevanza di un certo tipo di sapere sul piano culturale, lo spazio che le si concede nell’orario scolastico e l’influenza che esercita sulla carriera scolastica e sociale degli studenti.
Nel 1996, in base ad un voto unanime del CNPI, Consiglio nazionale della pubblica istruzione, e a due mozioni parlamentari, il ministro Lombardi affidò ad una commissione presieduta dal sottoscritto, allora vicepresidente e sottosegretario, il compito di ripensare il decreto Moro, alla luce degli eventi, dei documenti degli organismi sovranazionali, dall’UNESCO al Consiglio d’Europa all’OMS, per rinforzare l’educazione civica, anche sul piano curricolare, dando particolare rilievo alla nostra Costituzione.
Ne uscirono la direttiva 8.2.1996, n.58, che presentava l’ampio documento Nuove dimensioni formative, educazione civica e cultura costituzionale, e una bozza di decreto, contenente un “curricolo continuo di educazione civica e cultura costituzionale”: questo testo era stato discusso, emendato e approvato all’unanimità dal CNPI. Il decreto che sanciva questo nuovo curricolo non venne però mai alla luce, per la fine del governo Dini (1996). I governi del Centro Sinistra si concentrarono sull’autonomia, sulla riforma dei cicli, sullo Statuto delle studentesse e degli studenti e sull’insegnamento del Novecento nella storia degli ultimi anni della secondaria, inferiore e superiore.
 
La legge Moratti del 2003 e i successivi sviluppi
La materia è stata ripresa dalla legge delega 53/2003 della Moratti, che parla all'art. 2f di "educazione ai principi fondamentali della convivenza civile". Le conseguenti Indicazioni nazionali relative al primo ciclo (dl 19.2.2004, n.59) articolavano la convivenza civile in sei “educazioni”: alla cittadinanza, alla sicurezza stradale, all’ambiente, alla salute, all’alimentazione, all’affettività e sessualità. Le prime tre sono basate sulla realtà ambientale e sulle leggi, le seconde tre sono relative agli aspetti esistenziali vissuti dai ragazzi.
La difficoltà di articolare in termini operativi un curricolo così complesso rese problematica questa parte delle Indicazioni, sospesa fra trasversalità e disciplinarità. Non doveva trattarsi di altrettante materie, anche se si doveva in qualche modo valutarne l’esito e l’efficacia.
Nonostante l’impegno di molti, la proposta non ebbe fortuna. Ecco perché, oltre a una caccia al tesoro, questa vicenda mi fa pensare ad una corsa a ostacoli, con un traguardo che si sposta in avanti, a mano a mano che si procede sulla pista.
Il ministro Fioroni, lasciando cadere le sei educazioni, non è andato incontro ad una sollevazione popolare. Qualcuno si rallegrò per la semplificazione del quadro didattico. Altri fecero notare con preoccupazione che in tal modo, nonostante le nobili affermazioni della premessa teorica (Cultura, scuola, persona), si facevano passi indietro rispetto al decreto Moro, togliendo anche un minimo spazio curricolare all’educazione civica e in particolare allo studio della Costituzione.
Cercò di reagire il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, ricordando Aldo Moro, chiese, in un telegramma inviato all’UCIIM che “la Carta costituzionale e le sue disposizioni vengano sistematicamente insegnate, studiate e analizzate nelle scuole italiane, per offrire ai giovani un quadro di riferimento indispensabile a costruire il loro futuro di cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri.”
Occorre perciò il coraggio di ripensare la Carta che fonda e orienta la convivenza civile, non come appendice facoltativa o come rituale richiamo ai “sacri principi”, dati per noti e rispettabili, anche se di fatto sono per lo più ignoti e poco rispettati, ma come criterio guida per educare: e anche come materia da insegnare, sia pure in termini non specialistici.
Nell’insegnamento di tutte le materie, il “tesoro costituzionale”ci offre un menu (in senso informatico) di pricipi-valori-dritti-doveri, correlati a bisogni umani fondamentali, che possono validamente rispondere alle emergenze e alle miserie che affliggono la nostra vita sociale, a cominciare dalla vita della scuola. Le “carte di navigazione” da sole non ci garantiscono un viaggio sicuro, se il mare è in tempesta. Per questo sarebbe importante che le norme prevedessero anche un’adeguata “cabina di pilotaggio”, a livello di scuola autonoma e di consigli di classe, in cui il “capitano” potesse ragionare con i suoi “colleghi ufficiali”, raccogliendo dati e formulando collegialmente ipotesi e decisioni appropriate.
Fuor di metafora, occorre uno specifico tempo scuola per consentire ad un docente, sia egli di storia, di filosofia o di diritto, di sviluppare con perizia didattica l’insegnamento e l’apprendimento della Costituzione come disciplina autonoma, e di trovare intese con i colleghi, perché ciascuno concorra, come educatore e come titolare della sua disciplina, a quell’educazione civica, che la legge 169/2008 ha chiamato “Cittadinanza e Costituzione”.
Per la giurisprudenza la Costituzione è una legge, la madre e il criterio orientatore e legittimante di tutte le leggi che si fanno nel Paese, la cittadinanza è uno status da viversi secondo la legge costituzionale e le leggi che in qualche modo ne dipendono.
 
La legge 30.10.2008, n. 169 come sfida acrobatica
A cinquant’anni dal dpr 13.6. 1958 n.585 firmato da Aldo Moro, il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 1° agosto 2008, su proposta del ministro Mariastella Gelmini, riproposto con alcune varianti come decreto legge il 1° settembre, e approvato con lievi ulteriori varianti dal Parlamento il 30 ottobre, come legge n 169, fra molte proteste del mondo della scuola per la riduzione della spesa per l’istruzione prevista in alcuni articoli, intende riprendere e qualificare il disegno originario, lanciando una campagna di formazione degli insegnanti e una sperimentazione nazionale della materia “Cittadinanza e Costituzione”.
Eccone il testo: “Art. 1.A decorrere dall’inizio dell’anno scolastico 2008-2009, oltre ad una sperimentazione nazionale, ai sensi dell’art. 11 del regolamento di cui al d.p.r. 8.3.1999, n. 275, sono attivate azioni di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione, nel primo e secondo ciclo di istruzione, delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monteore complessivo previsto per le stesse. Iniziative analoghe sono assunte nella scuola dell’infanzia. Art. 1 bis. Al fine di promuovere la conoscenza del pluralismo istituzionale definito dalla Carta Costituzionale sono altresì attivate iniziative per lo studio degli statuti regionali. All’attuazione del presente articolo si provvede entro i limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”.
Ci sarebbe stato bene anche un esplicito riferimento alla dimensione europea dell’istruzione e ai documenti istitutivi del’Unione Europea. Ma non si può affrontare la Costituzione senza paralare degli sviluppi degli articoli 5 e 11, che aprono, il primo, sulle autonomie interne alla Repubblica, e il secondo alle “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni e promuove e favorisce le organizzazioni rivolte a tale scopo”
Non si negano, anzi si confermano, in un quadro di maggiore robustezza istituzionale, le ragioni della trasversalità e il riferimento all’ intera vita scolastica come palestra di cittadinanza. Il punto di partenza che il Ministero propone alla sperimentazione (il CNPI ha dato il proprio parere il 17 novembre) è però un insegnamento distinto ma non separato dalla storia, che svolga d catalizzatore di quelle valenze educative che si trovano in tutte le discipline scolastiche: dovrebbe, ad avviso non solo mio, essere dotato di voto autonomo, articolato in 33 ore annuali, previste per l’intero curricolo scolastico, di 13 anni, innestato su una scuola dell’infanzia qualificata anche in termini di educazione alla cittadinanza.
Si sacrificano in certo senso altre materie per fare posto a C&C. Si potrebbe dire, con ironia popolare, che si vogliono fare le nozze con i fichi secchi.
Si può rispondere che, se c’è amore vero, si può sposarsi anche senza la torta nuziale, trovando per di più ospitalità nella casa della mamma, in attesa d’aver una casa propria. E la mamma può sentirsi onorata di svolgere questo ruolo di ospitalità, generatrice di futuro. La sfida della sperimentazione sta nel provare a se stessi, agli studenti e ai cittadini, che la qualità e il senso del proprio lavoro meritano sacrifici di varia natura.
Si tratta di offrire ai giovani, nell’ambito delle conoscenze e delle competenze necessarie per lo sviluppo dei singoli e della collettività, le competenze civiche e sociali per vivere una cittadinanza attiva: e si leggono queste competenze di cittadinanza nello sfondo integratore del testo costituzionale. Questo testo non va studiato per fare in ogni scuola degli avvocati, o dei politici di professione, ma per fare dei cittadini “praticanti”.
Fare bene scuola, in clima di autonomia, non significa insegnare tutto quello che è desiderabile, in modo esplicito, e neppure confinarlo nel libro dei sogni, ma tenere in vista e attivare, in classe e nelle assemblee, quei “discorsi” e quelle “attività” che rispondono a bisogni che via via si manifestano nella vita scolastica, in riferimento alla formula illuminante della dignità umana, dei doveri e dei diritti che la Costituzione riconosce e richiede, come condizioni per non ricadere nella dittatura e nella guerra: condizioni che vanno anche “insegnate” con dignità di materia.
 
La sperimentazione ministeriale come caccia al tesoro
Com’è noto, il 4 marzo scorso il ministro Mariastella Gelmini ha presentato a Palazzo Chigi un Documento d’indirizzo per la sperimentazione dell’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, che avvia la sperimentazione prevista dal 1° art. della legge 169/08
Il carattere “coraggioso e prudente” dell’ermeneutica che il Gruppo di lavoro sull’educazione civica, istituito presso il Ministero, ha fatto di questa norma, che non spreca le parole per indicare la volontà del legislatore, è visibile nel primo periodo del citato documento d’indirizzo per la sperimentazione dell’insegnamento in questione.
“L’introduzione, con legge 30.10.2008 n. 169, dell’insegnamento Cittadinanza e Costituzione offre l’occasione per una messa a punto del fondamentale rapporto che lega la scuola alla Costituzione, sia dal punto di vista della sua legittimazione, sia dal punto di vista del compito educativo ad essa affidato. Le scuole sono chiamate in proposito a concorrere, anzitutto con la riflessione, con l’approfondimento dei problemi e con la sperimentazione, a questa messa a punto, in vista di un più maturo assetto ordinamentale della materia”.
Dunque non si tratta di rendere alla Costituzione un rituale omaggio domenicale, per aver le mani libere nei giorni feriali. Si tratta invece anzitutto di un’occasione per ripensare la scuola alla luce del patto di convivenza che le diverse “famiglie culturali” uscite dalla dittatura e dalla guerra hanno steso come condizione per non ricadere nella barbarie.
La scuola istituita dalla Repubblica democratica è chiamata a concorrere a produrre, oltre che il “pieno sviluppo della persona umana”, anche le condizioni perché siano compresi, sentiti, vissuti i valori su cui la Costituzione si regge o decade e scompare, come insegna la storia.
L’occasione offerta dalla legge non è di per sé la garanzia del successo di questo ripensamento in profondità e della risoluzione del problema dell’assetto disciplinare necessario per dare gambe al “compito educativo” affidato dalla Costituzione alla scuola.
Per questo si dice che le scuole “sono chiamate a concorrere anzitutto con la riflessione, con l’approfondimento dei problemi e con la sperimentazione, a questa messa a punto, in vista di un più maturo assetto ordinamentale della materia”.
L’ipotesi contenuta implicitamente, a nostro sommesso avviso, nella proposta ministeriale di sperimentazione, ai sensi dell’art.11 del dpr 275/99, che parla di “progetti volti ad esplorare possibili innovazioni riguardanti gli ordinamenti degli studi”, è quella di dedicare un monteore di 33 ore l’anno ad una disciplina specifica, con voto distinto, nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale. Questo almeno è l’interpretazione che abbiamo formulato, in riferimento al fatto che il Governo aveva approvato il 1°agosto 2008 un disegno di legge che conteneva appunto questa previsione.
Non si ignora che molte scuole sono già in vario modo impegnate nell’esperienza di insegnamento delle tematiche proposte dalla sperimentazione: e che la formula privilegiata in proposito dal Ministero non è priva di alternative, sia in Italia, sia negli altri paesi europei. Trattandosi di sperimentazione, le scuole possono aderirvi, ma anche non aderirvi, lasciando ad altri l’onere e l’onore della verifica o della falsificazione dell’ipotesi sperimentale per ora prevalente.
La proposta ministeriale ha il pregio di ripercorrere, rinforzandolo sul piano epistemologico e curricolare e dandogli dignità e stabilità, lo schema organizzativo già presente nelle sue motivazioni nell’originario decreto sull’educazione civica del 1958. Pur all’interno di vincoli orari, che sono posti alla scuola dalla crisi finanziaria e dalle scelte politiche, l’ingresso di C&C nell’area indicata non implica nuove risorse e nuove classi di concorso, anche se indubbiamente sacrifica alcuni contenuti a beneficio di altri, ritenuti strategicamente preferibili sul piano educativo.
Si può aggiungere che un certo modo di presentare e di studiare la storia “come pensiero e come azione”, per ricordare una formula crociana, può anche consentire di rubricare certi temi e certe riflessioni e valutazioni sia nell’ambito della disciplina storia sia in quello della disciplina C&C.
Se con la trasversalità possibile oggi tutte le “educazioni” cercano ospitalità nelle discipline scolastiche “canoniche”, è comprensibile che queste cerchino ospitalità nella nuova discilina C&C, posto che si riesca effettivamente a istituirla. Basti pensare alla storia e alla geografia, che hanno già presentato una serie di temi che possono validamente concorrere alle finalità di C&C, nell’ambito dei nuclei tematici previsti per questa disciplina.
Come non si tratta, nella scuola, di “fare degli storici”, così non si tratta di “fare dei costituzionalisti”, ma delle persone, dei cittadini e dei lavoratori consapevoli dei loro diritti dei loro doveri, nell’ambito di “cittadinanze” diverse per contesti culturali, giuridici e politici di cui si è partecipi più o meno consapevoli e attivi.
La Costituzione è una legge, anzi per il nostro Paese è la legge delle leggi; la cittadinanza è uno satus che riguarda i soggetti che appartengono ad un determinato ambito sociale e istituzionale: sono “oggetti” complessi e in parte sovrapponibili, nel senso che c’è una cittadinanza “umana”, cui si appartiene in virtù della nascita nella “famiglia umana”, con i diritti umani che le sono propri, come riconosce l’art 2, e c’è una cittadinanza italiana di cui parano altri articoli, a cominciare dall’art.3. In ogni caso i termini C&C non sono “astratti” nel senso deteriore del termine, perché di fatto sono “agiti” spesso inconsciamente nell’esperienza quotidiana, e chiamati in causa in vario modo ogni giorno dai mass media, che informano, drammatizzano, talora deformano e occultano i problemi delle persone e delle società.
Per ciò che riguarda la scuola, questi oggetti sono anzitutto contenuti da studiare: contenuti scritti in testi di rilevante portata etica e civile, accessibili ma spesso ignorati, anche se giuridicamente efficaci. “Anzitutto” non significa in senso cronologico. Soprattutto con i ragazzi più giovani, si tratta talora di arrivare a scoprire la Costituzione e la relativa problematica, a partire da esperienze e vicende note e discusse fra i ragazzi.
L’Amministrazione scolastica a tutti i livelli, l’ANSAS, l’INVALSI, le riviste, le associazioni professionali dei docenti, dei dirigenti, dei giuristi e dei magistrati, i sindacati, gli enti locali, gli editori, le forze dell’ordine, e perché no, anche le strutture ecclesiali, daranno una mano: ma sarà soprattutto nei consigli e nelle classi che si deciderà se la scuola accoglierà la Costituzione come una forza giuridica e morale, legittimante e motivante, degna d’essere studiata come le altre materie, per dare a tutte nuova dignità e nuovo potenziale formativo, o se rifluirà, dopo un anno di sperimentazione, fra le utopie, buone per i discorsi della domenica.
Concludo con la battuta di Beppe Severgnini, scritta sul Magazine del Corriere della Sera il 10 luglio 2008: “Fossi il Gel-ministro dell’istruzione, introdurrei tre ore settimanali di educazione civica (una materia che ora non esiste più). Così, magari, ricuperiamo la prossima generazione. La nostra, temo, è andata”. Avrebbe dovuto aggiungere anche: “Fossi pure il Trem-ministro, avrei dotato di congruo budget la scuola, anche per introdurre dignitosamente Cittadinanza e Costituzione”. Purtroppo non è né l’una né l’altro. Bisogna anche dire, per onestà che fare il giornalista è più semplice che fare il ministro.
 
Luciano Corradini

 


Autore:

Luciano Corradini

Fonte:

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Data pubblicazione:

28/01/2011

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