di Marco Rossi-Doria
LA RESPONSABILITA’ E LA SCUOLA
memoria per il
gruppo che intende definire i criteri per un codice
deontologico
Premessa
Ringrazio con
sincera gratitudine la Ministro Letizia Moratti per la fiducia che mi ha
voluto accordare includendomi nel D.M. del 2 novembre 2001 che istituisce
il gruppo che intende definire i criteri di un codice deontologico del
personale della scuola italiana.
E ringrazio fin d’ora
tutti i membri del gruppo per l’attenzione che – sono certo –
vorranno dare a questa memoria.
Il mondo in
cui era collocata la scuola nel secolo appena concluso
è cambiato per sempre.
Possiamo avere
nostalgia per quel mondo ma sarebbe insensato volerlo ricreare.
Dobbiamo pensare a
come comportarci da educatori nel nostro tempo. Dobbiamo avere un’idea
di scuola in mezzo ad un mondo nuovo e difficile. E questa idea la si può
costruire certamente in modi diversi e, tuttavia, ognuno deve riconoscere
che la scuola è forse l’organizzazione sociale che ha, più di ogni
altra (sì, anche più della sanità), al suo centro, il fattore umano
poiché modi, strumenti e risultati dei processi che vi hanno luogo sono
essenzialmente umani e relazionali.
E’ da qui che si
deve partire ben prima che da un codice.
Non solo: dobbiamo
saper partire dalle difficoltà che incontriamo e dalle nostre parti meno
forti.
E’ indispensabile
invertire l’ordine del ragionamento sulla responsabilità educativa e
collocare al centro della riflessione la relazione educativa così come
essa vive nella scuola, tra slanci e crescenti difficoltà.
La scuola pubblica
italiana, che, nel corso della sua storia, è stata, forse, il più
potente fattore di promozione sociale che l’Italia abbia conosciuto,
aveva intorno, fino a qualche lustro fa, una società stabile e ordinata
secondo valori e modi educativi radicati.
Oggi è chiamata a
nuove sfide.
Ogni giorno, in ogni
angolo del paese, si chiede ai docenti della scuola pubblica di sostenere
un oneroso carico di lavoro per supplire ad alcune secche perdite di
orizzonti educativi della società.
Abbiamo perso cose
che l’umanità ha costruito e conservato per millenni, comuni a tutte le
società umane, cose che davano senso stesso all’accompagnamento e guida
alla crescita delle nuove generazioni e che non riusciamo a sostituire.
Le comunità non
esercitano più la sapiente ripetizione di alcune certezze che
accompagnano la crescita: stabilità delle figure adulte di riferimento,
giochi che si ripetono e si trasmettono di generazione in generazione,
riti di passaggio e di iniziazione graduati per età e un percorso di
prove protette eppure vere di vita e di sfide nel mezzo dell’infanzia e
dell’adolescenza, le liturgie prese seriamente e condivise dalla
comunità e dal gruppo dei pari di età, i tanti gesti replicati secondo
ritmi rallentati lungo le giornate, le settimane, i mesi, le festività e
l’ascolto di storie e memorie raccontate, la vita simbolicamente segnata
lungo il tempo circolare fatto di molte ripetizioni rassicuranti e da
parte di persone di diversa generazione con cui gli incontri dei bambini e
dei ragazzi erano cosa stabilita e accettata da tutti e marcata dalla
costanza.
Sono cose che
strutturavano la persona, davano a ognuno identità e posto al mondo e
contribuivano a creare uno spazio interno sufficientemente largo per
potere contenere le speranze e le pene.
Il naturale
narcisismo di ogni persona in crescita trovava un limite codificato che
permetteva di misurare sogni e ambizioni con richieste espresse in modo
relativamente chiaro dal mondo adulto e queste richieste aiutavano a
costituire, attraverso un percorso riconosciuto socialmente, la regola
interna di ognuno entro il campo che prevedeva prova e riprova,
trasgressione, adeguamento e negoziazione ma entro una cornice di relativa
certezza.
Oggi tutto questo è
fortemente indebolito e traspare, soprattutto in adolescenza, una spinta
caotica alla competizione smisurata in risposta al ripetersi di una
richiesta di prestazione individuale e di successo tendenti all’assoluto
e quantificabile subito e spesso in termini direttamente economici,
espressi in denaro. Il narcisismo naturale è sempre meno definito da
limiti. Anzi, vengono costantemente suggerite attese senza limiti e viene
sminuito lo spazio e il tempo dedicati alla costruzione del sé ma,
contemporaneamente, il mondo mostra tutto intorno limiti terribili quali l’aids,
le guerre, la mancanza di lavoro, ecc.
La costruzione del
sé attraverso un rinforzo realistico è un processo oggi più difficile.
Aumentano le tensioni o verso l’onnipotente irraggiungibile o, al
contrario, in modo speculare, verso la rinuncia e lo stato di attesa,
spesso depressiva.
Appare, insomma,
molto più complicata di un tempo, per i nostri ragazzi/e, la costruzione
di identità attraverso la progressiva e guidata trasformazione del
narcisismo in realistici progetti di vita.
Le aule e i corridoi
delle nostre scuole, le palestre sportive e tutti i luoghi dove i ragazzi
vivono e apprendono sono segnati da questa chiara fatica di crescere e nel
crescere.
E’ anche di fronte
a questo che ci troviamo noi docenti.
Tanto è vero che ci
troviamo ogni giorno davanti alle sempre più diffuse ed estreme
sofferenze che tutto questo ingenera: bullismo, anoressia, diffusione di
droghe sono ovunque in aumento e vivono nella scuola come punte di una
curva gaussiana che ha una base di disagio larghissima.
Il vuoto dovuto alla
perdita di cornici educative certe si accompagna, tuttavia, a grandi
conquiste nei diritti e nelle possibilità per le nuove generazioni.
E il governo delle
molte nuove possibilità, dei diritti e dei saperi sempre più estesi e
articolati ma anche delle perdite di orizzonti pesano sulla scuola entro
un intreccio molto complesso, che suggerisce – a chi a scuola insegna e
educa – nuove e ricchissime prospettive e, insieme, sentimenti di
incertezza, paura, inadeguatezza, isolamento che inducono a cautele,
dubbio, senso di impotenza.
Orientarsi è
davvero difficile.
La questione del
come guidare le giovani generazioni è una delle decisive questioni che
disegnano oggi il disagio della civiltà ed è questione che
riguarda, da tempo, il mondo intero e segnatamente tutte le società
sviluppate ma, nel nostro paese, è relativamente recente.
Per quanto ci si
rivolga alla famiglia, alle comunità religiose, all’esperienza
sportiva, ecc., la principale richiesta di tenuta del campo
educativo complessivo viene rivolta alla scuola pubblica e ai suoi
docenti.
E la scuola pubblica
è certamente il luogo dove le generazioni si incontrano con maggiore
continuità e regolarità e questo fa sì che noi docenti stiamo
diventando quasi dei referenti sostitutivi di ogni referenza.
Noi docenti siamo,
dunque, davanti a una grande responsabilità collettiva: non possiamo
voltarci dall’altra parte dinanzi al ripetersi, in mille e mille forme,
della richiesta pressante della presenza di una sponda adulta ben
più ampia di quella rappresentata da una buona o da un buon insegnante di
un tempo; e dobbiamo ogni giorno ricreare un clima educativo dai compiti
molto larghi, articolatissimi, dai contorni non semplicemente definibili e
non definibili una volta per tutte.
Contemporaneamente
ci misuriamo con un orizzonte di sapere rapidamente in crescita e con un’enorme
estensione delle opportunità e dei diritti:
- la città, la nazione, l’Unione
Europea, il mondo sono luoghi percorribili per apprendere quasi per
ogni nostro ragazzo,
- le mani e la mente, il pensiero e
la produzione sono nuovamente ravvicinati in tutti i processi di
apprendimento,
- il tempo per apprendere non è
più ristretto a una sola stagione della vita.
La protezione
autoreferenziale di una scuola dai compiti forse ben enucleati e
delimitati in astratto ma non rispondenti alla relazione educativa chiesta
dalle persone in crescita e dal nostro tempo, la difesa della categoria
così come era quando i ragazzi eravamo noi e il tentativo di restringere
gli ambiti della responsabilità educativa alla funzione docente intesa
solo tradizionalmente - e spesso in modo impiegatizio - non possono
arginare a lungo la sfida che viene dalle cose negando il mutamento
avvenuto e eludendo la domanda grande e vera che comunque si esprime.
Il campo delle
responsabilità educative farà davvero fatica a riflettersi adeguatamente
in un codice deontologico.
Né appare adeguata
la soluzione della sola protesta che, di governo in governo, una parte dei
docenti sceglie per dare parola alle difficoltà.
E tutto questo è
ancor più vero dinanzi ai terribili eventi planetari che mostrano un
tempo assai più incerto di quello vissuto dalle ultime generazioni, in
cui guidare e orientare implica ulteriori e ancor più ampie
responsabilità.
Viene alla mente una
frase di Hannah Arendt a proposito dell’educare e dei doveri che
comporta:
“Gli educatori
rappresentano di fronte al giovane un mondo del quale devono dichiararsi
responsabili anche se non l’hanno fatto loro e anche se lo desiderano
diverso. Questa responsabilità è implicita nel fatto che gli adulti
introducono i giovani in un mondo che cambia di continuo. L’insegnante
si qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire
altri in proposito, mentre è autorevole in quanto di quel mondo si assume
la responsabilità.”
| Un vertice
da cui guardare alla questione deontologica |
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Ho esercitato il
mestiere di maestro elementare per venticinque anni e faccio oggi
parte di un gruppo docente sperimentale – è il Progetto Chance
dei “ maestri di strada ” di Napoli - che lavora, nella
scuola pubblica, al recupero di adolescenti che hanno lasciato la
scuola e che noi cerchiamo di riconquistare a un percorso che è
impegnato a ricostruire la possibilità di una istruzione per persone
che prematuramente non vivono più questa occasione, questo evento
prolungato che è cardine, nel nostro tempo, per ogni crescita
personale, umana, professionale, civile. E’ un gruppo di
professionisti, dedito ai processi educativi, che si fa, ogni giorno, sponda
adulta competente, con una forte tensione civile ed etica; è un
gruppo di specialisti dell’apprendimento, impegnato lì dove le
giovani persone non hanno avuto più questa sponda.
Il Presidente
della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, nella sua lettera del 21
maggio 2001 al Progetto Chance, che Egli segue e sostiene con
affetto, ha voluto riconoscere nel nostro lavoro la continuità con la
lotta all’analfabetismo che ha caratterizzato tanta parte della
scuola pubblica italiana, fin dall’Unità d’Italia.
Egli ha così
voluto riassumere il senso del nostro lavoro:
“Questa
tradizione rivive nel Progetto Chance e l’esperienza dei lontani
anni della lotta contro l’analfabetismo si pone, oggi, in
continuità con quella di “maestri di strada” che Voi, educatori e
volontari del progetto, da anni svolgete nelle zone di frontiera, dove
l’emarginazione e il disagio economico e sociale sono ragione di
sofferenza ma anche di coraggioso impegno civile.
Per questo
alcune espressioni della Vostra lettera mi toccano profondamente, come
quella in cui, richiamando con orgoglio i principi della nostra
Costituzione Repubblicana, affermate: noi siamo la scuola pubblica
statale italiana che si occupa, in modo nuovo, di chi è rimasto
indietro, non siamo beneficenza, siamo l’avamposto della Stato.”
Ecco: ho voluto
condividere con voi queste parole del Capo dello Stato perché a noi
– gruppo di docenti in azione - sono servite da specchio autorevole
e rassicurante, per mostrarci, nel mezzo della distrazione del
quotidiano lavoro, quel che facciamo. Hanno restituito senso al
nostro incerto fare scuola.
Sono stato
chiamato io in questo gruppo del Ministero “per contribuire ad
indicare i criteri della professionalità docente e di un codice
deontologico”; ma io posso riconoscere la mia professione e la
passione che la anima principalmente attraverso il lavoro quotidiano
insieme agli altri – un lavoro fatto di pazienza, di ascolto, di
costruzione comune non facile, come è ogni impresa professionale
dedicata alla cura delle persone quando è fatta seriamente. E’ un artigianato
costruito in comune.
Il vertice, da
cui guardo, da anni, alle cose della scuola e dell’educazione è,
dunque, quello degli esclusi dalla scuola. Ed è, al contempo, quello
che viene principalmente da una comunità di pratiche educative.
Infatti, nella mia esperienza ma – credo – in quella di ognuno che
fa scuola per bene, il senso, la forza della vita professionale
esiste certamente in relazione al senso di responsabilità individuale
rispetto al compito di educare ma prioritariamente e soprattutto in
relazione alla comune impresa educativa, alla sua valenza sociale,
costruita giorno per giorno insieme ad altri educatori, appunto, in
modo altamente artigianale.
Lo so: il nostro
è un punto di vista parziale. E’ il punto di osservazione che parte
da una relazione educativa faticosa perché ben poco protetta,
influenzata prepotentemente dalla relazione quotidiana con chi è
fuori dal cerchio protetto della nostra società, una condizione
professionale che è fatta di cose molto dure e complicate e di un
impegno oneroso per i docenti che la sostengono ma anche,
necessariamente, di un linguaggio molto diretto. Sono certo, pertanto,
che comprenderete se anche qui esprimo a voi, in modo diretto - ma
spero sufficientemente articolato - quel che penso in materia di
deontologia dei docenti a partire da questa mia esperienza, che
riconosco essere di parte, e da alcune considerazioni che,
negli anni, ho tratto dal mio mestiere su un piano di riflessione più
generale.
In ogni caso, è
forse anche bene ricordare che il punto di osservazione che guarda
alla scuola dal lato di chi ne è escluso, è qualcosa di fortemente
vitale per tutta la scuola perché, seppure nato da una parte, non dà
una visuale stretta ma, invece, contribuisce a una visione globale,
davvero molto larga.
Tale punto di
osservazione, infatti, per un verso, vuole rendere effettivamente
godibili un insieme di diritti non goduti eppure sanciti dalla Convenzione
Internazionale dei Diritti dell’infanzia di New York che il
nostro Parlamento ha reso legge dello Stato con voto unanime (legge
27/5/1991 n.° 179) e che, dunque, li ratifica e recepisce pienamente
nel nostro ordinamento e li indica quale grande cornice culturale e di
diritto a cui tutti gli insegnanti devono e possono richiamarsi
nonché dalla Costituzione e da molte leggi tese a promuovere l’inclusione
sociale e le opportunità formative.
Per altro verso,
tale punto di osservazione mette inevitabilmente in discussione l’intero
castello dell’Istruzione italiana. Non solo nel senso che segnala le
criticità dell’intero suo impianto ma anche nel senso che
suggerisce strade nuove, cure, soluzioni. Come la malattia insegna
molto sul funzionamento del corpo sano, la lotta attiva, concreta al
fallimento formativo ci dice qualcosa di generale sul come fare
scuola. E, del resto, chiunque ne sappia un po’ di storia della
pedagogia sa riconoscere che spesso è stata la scuola estrema a
scoprire cose per tutta la scuola. La pedagogia che faticosamente
pratichiamo a Chance – così come in tante e tante altre
esperienze dello stesso tipo – credo che possa segnalare, con molta
forza, cose importanti sul profilo professionale dei docenti impegnati
per una scuola che educhi in generale, ma insegna soprattutto, ancora
una volta, che la relazione educativa è il centro della scuola che
funziona.
| La
scuola è per le giovani persone che vanno a scuola |
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Siamo, dunque,
un team di professionisti, specialisti dell’apprendimento, impegnati
per l’Istruzione pubblica che hanno, al tempo stesso, intrapreso una
specifica, non semplice fatica, di ricostruire sperimentalmente la
possibilità dell’istruzione tra chi, giovanissimo, si trova già
escluso, una possibilità fondata sulla fortissima integrazione tra
istruzione e formazione, che si basa sulla cura paziente, ogni giorno,
dei percorsi educativi, appunto integrati, per tanti singoli ragazzi e
ragazze che si trovano già fuori da molte opportunità della vita:
Mario, Anna, Luigi, Antonio, Assunta ………. e tante, tanti altri.
I nomi, le
persone, i visi, i gesti, le storie sono le cose che per noi contano.
Non
dimentichiamo mai che la scuola è soprattutto per le giovani persone
che vanno a scuola.
Quello che
impariamo ogni giorno dalla relazione educativa con i ragazzi e le
ragazze e, poi, gli uni dagli altri – tra noi docenti, con i nostri
dirigenti scolastici, con gli operatori sociali, con gli psicologi che
fanno da sostegno al nostro lavoro di cura e relazione e con le altre
figure di formatori con cui lavoriamo gomito a gomito – rappresenta
il sangue e i nervi della nostra azione: il nostro sapere
professionale deriva e ha senso in questa fatica che è, insieme, per
ciascuno di noi, educare e apprendere a nostra volta.
E non credo di
sbagliare se affermo che così è in qualsiasi ambiente educativo che
funziona.
In questa fatica
del lavoro educativo l’ io di ciascun educatore trova e ritrova
senso e identità nel lavoro comune e nel confronto con i ragazzi
stessi e con la loro fatica di crescere e con gli altri educatori
poiché, per sua natura, la relazione educativa che sta alla base del
nostro operare è dialogica, basata sul reciproco riconoscimento, sul
rispetto da conquistare sul campo aperto delle relazioni, sull’andare
verso….
| Accettare
la comune fatica dell’incertezza e della difficile costruzione
dell’etica della responsabilità |
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C’è, in tutto
questo – credo – materiale davvero interessante per una
riflessione deontologica – una riflessione che riprenda il termine deontology
a partire dal fondatore Jeremy Bentham: una volta stabilito un nesso
tra l’utile e il bene è possibile e necessario discutere nel merito
e dell’utile e del bene.
In campo
educativo questa prospettiva riporta tutto, inevitabilmente, non già
a una serie di precetti fissati una volta per sempre, fondati su una
scienza normativa, quale quella di un “ente che sia perfetto”,
come suggeriva Rosmini bensì a un comportamento, da scoprire e
ri-inventare ogni volta, che vada verso la difficile ricomposizione
del conflitto tra interesse individuale e collettivo e verso la
costruzione di identità individuale e collettiva, un comportamento in
cui la forza della presa in carico adulta si deve misurare, ogni volta
e ogni giorno, con la difficoltà del compito educativo di fronte al
quale ci si trova.
E’ un compito
per il quale un’intera comunità di pratiche deve saper utilizzare,
in modo integrato:
- competenze disciplinari
aggiornate,
- costanza della mediazione
comunicativa e culturale gestita in molte direzioni,
- competenze psico-pedagogiche
e relazionali,
- competenze organizzative e di
costruzione di impresa pedagogica attenta a processi e prodotti.
E entro questo
moto complesso - e non a partire da un insieme di precetti fermi - che
l’educatore, nel concreto della sua azione a scuola, deve e può
trovare il tempo, la curiosità etica, l’ambizione fattiva, l’intelligenza
di darsi delle regole.
E’ quanto meno
discutibile, dunque, che il lavoro di un gruppo sulla deontologia a
scuola si possa concentrare prioritariamente intorno a temi giuridici,
possa indagare soprattutto su come costruire norma in modo stabile,
lasciando, così, sullo sfondo la relazione educativa per come essa si
manifesta, nei fatti, entro il lavoro vivo del fare scuola.
Tutta la materia
richiama, invece, un’opera aperta, incerta, ogni volta
arrischiata e un’opera creata a più mani.
Trovare un
codice che fermi questa ben più ampia opera mi sembra un
compito irrealizzabile e anche una riduzione, falsamente rassicurante,
del mestiere di educare. Per chi sta
in mezzo al lavoro educativo appare qualcosa che serva per lenire il
senso di difficoltà e buona per salvarsi l’anima, non per
rimboccarsi le maniche.
Ma, dunque,
qualcosa va detto anche sull’inevitabile incertezza che questo mestiere
porta con sé e che l’educatore deve poter sostenere. Del resto, è
del governo dell’incertezza che parla ogni pedagogia
sapiente.
Un nome per
questo governo l’ha, forse, trovato, involontariamente, un
sociologo, Giovan Francesco Lanzara, in un bel libro sulla competenza
progettuale e i modelli di intervento nelle organizzazioni, libro che
ben si può piegare al tema decisivo, per la deontologia educativa,
del progettare scuola da parte del personale della scuola. Il libro ci
parla della capacità di pensare ed agire attraverso contesti, di
saper usare le conoscenze per come queste sono, nei fatti, incorporati
nell’azione, del potenziale “generativo di senso” che l’azione
porta con sé.
Sono le persone
in azione – nel nostro caso i docenti, gli educatori – che
rivelano come questa qualità generativa sappia indicare una dote
speciale, una competenza grande in chi ne fa uso. Questa dote – dice
Lanzara - il poeta John Keats l’ha definita Negative Capability:
“…quando
l’uomo è capace di stare nelle incertezze, nei Misteri, nei dubbi
senza essere impaziente di pervenire subito a fatti e a ragioni”.
Penso che
dobbiamo riconoscere - nell’arte di pensare e fare scuola - questa
dote, questa capacità.
E’
straordinaria la corrispondenza che questa capacità ha con una
serie di life skills – le abilità per la vita – che l’Organizzazione
Mondiale della Sanità, l’Unicef e l’Unesco considerano obiettivi
dell’educazione per tutti i ragazzi e le ragazze del pianeta, in
ogni contesto culturale.
Ed è parimenti
straordinaria la corrispondenza tra questa capacità di “stare
nel vivo del contesto eppure scegliere, guidare, prendere posizione
pur nelle incertezze” e le competenze che - da tempo e da più
parti - la letteratura individua come decisive per la costruzione di
una nuova cittadinanza.
In un libro di
Richard Sennett del 1966 - Uses of Disorder: Personal
Identity and City Life, si dice:
ÒIl primo
segreto di una "buona città" sta nell'offrire alla gente la
possibilità di assumersi la responsabilità dei propri atti in una
"società storicamente imprevedibile", e non in un
"mondo di sogno, di armonia e di ordine prestabiliti. (...)
Possono affrontare le loro responsabilità solo coloro che sono
divenuti maestri nell'arte difficile di agire in un quadro di
ambivalenze e incertezze, nate dalla diversità e dalla varietà. Sono
persone moralmente mature quegli esseri umani che crescono
"avendo bisogno dell'ignoto, sentendosi non completi senza una
certa anarchia nella propria vita" - coloro che imparano ad
"amare 'l'altro' che è tra di essi….".
Questa
corrispondenza tra arte del pensare la scuola e fare scuola
e quella di imparare a essere cittadini nel mezzo dell’incertezza
ci dice che docenti, educatori, ragazzi e cittadini tutti possano
vivere in una polis in cui il dovere va strenuamente cercato ma
entro la complessità del contesto, in modo aperto e senza illudersi
che l’etica della responsabilità possa essere
prioritariamente determinata e stabilita dalla parola scritta.
Sarebbe oggi
utile, invece, pensare ad un sistema di patti più leggeri ma non per
questo meno impegnativi, a un esercizio condiviso e costante di
costruzione progressiva della responsabilità nella scuola.
Sempre le
Nazioni Unite ci indicano nei percorsi di empowerment le
metodiche atte alla graduale assunzione di responsabilità crescenti
da parte di gruppi di educatori ed operatori: sono percorsi che si
fondano sul potenziamento delle risorse umane, sulla crescita dei
gruppi in azione.
La scuola
pubblica potrebbe agire anziché per codici, per spore,
attraverso la diffusione di buone pratiche il cui innesto entro il
corpo della scuola dovrebbe essere favorito grazie a un’intelaiatura
di supporto, uno scaffolding di sostegno che ne curi la
ricettività, replicabilità e modellizzazione entro nuovi contesti.
Del resto va
anche e finalmente riconosciuto che quel che di più vivo e ricco vi
è stato e che è in azione oggi nella scuola italiana è partito da
gruppi di docenti che hanno saputo assumere in proprio un ruolo
competente e responsabile, costruendo le esperienze pedagogiche
migliori che abbiamo e dedicandosi a una loro accorta manutenzione nel
tempo.
Le esperienze
che funzionano rappresentano altrettanti percorsi che, comunque
ispirati, sono sempre partiti per libera scelta e non grazie a un
codice: così è, nel piccolo e nel grande, nelle scuole d’Italia.
Sebbene siamo
– credo – tutti coscienti di vivere entro una società in cui è
debole la cultura che presta attenzione ai risultati, sarebbe,
tuttavia, opportuno concentrare la riflessione teorica e anche
organizzativa sul come diffondere invece che sul come dovrebbe
essere. Peraltro non è questo l’approccio della migliore
cultura imprenditoriale, quella che sostiene e premia la dimensione,
appunto, dell’intraprendere e del rinnovare rispetto alla statica
dello stabilire?
Vengono alla
mente i versi di Kuan Tzu che, forse, ci dicono qualcosa, insieme,
sull’insegnare e sul processo di costruzione di responsabilità:
“Se date un
pesce a un uomo farà un solo pasto,
se gli insegnate
a pescare, mangerà per tutta la vita"
In ogni caso,
non è facile immaginare uno Stato liberale e fondato sul consenso che
abbia la scuola retta da docenti che seguono un codice fisso, magari
stabilito altrove rispetto a dove essi operano e assumono
responsabilità concrete.
E non è facile
immaginare un codice che, a sua volta, per potere funzionare, abbia
bisogno di contemplare una casistica sterminata di eventi e
circostanze e che, a ogni accadimento della vita educativa, rischi di
essere smentito e di perdere la stessa autorevolezza su cui
pretenderebbe di fondarsi.
In una “società
storicamente imprevedibile", in un paese che, per profonde
ragioni culturali e circostanze storiche ha una manque di senso
diffuso della responsabilità civile e che soffre della malattia della
superfetazione di leggi e dispositivi normativi, così spesso
ritualmente disattesi, è più saggio rivolgere lo sguardo alla
cultura del patto informale tra cittadini.
Bisogna
accettare il rischio della costruzione progressiva di responsabilità,
che possa partire su principi di civiltà che sappiano fondarsi
innanzitutto sulla legge non scritta, sull’accordo informale ma
forte tra chi vive insieme gli spazi educativi della scuola e della
città: patto tra educatori, patti educativi pensati dai ragazzi,
grazie al lavoro educativo della scuola e delle famiglie, che possano
determinarsi progressivamente attraverso la faticosa costruzione dei
progetti di vita di ciascuno, patti di cittadinanza legati alle
comunità educativa, al quartiere, alla città, in un evidente rimando
tra forme organizzative e saperi.
E a questi patti
costruiti nel vivo delle relazioni, fondati sul principio della concorde
adesione, che, poi, si deve dare voce scritta, ma in modo non
definitivo né chiuso né valido sempre e ovunque.
E’ probabile
che a rafforzare questi percorsi, impegnativi ma aperti, di
costruzione della responsabilità educativa possano venire – come
già accade - i contributi delle associazioni dei docenti, le
riflessioni dei gruppi più avvertiti e, soprattutto, un auspicabile
moltiplicarsi di intese inter-istituzionali tra i diversi attori della
scuola dell’autonomia e, insieme, del federalismo a cui vengono oggi
riconosciute sempre più ampie competenze in campo educativo: consorzi
tra scuole e tra scuole e altre agenzie educative, comuni, province,
regioni.
Nel nostro paese
è già possibile creare reti di responsabilità educativa che vadano
ben oltre un’idea di processo di apprendimento chiuso entro ogni
distinta scuola, ogni distinta classe. Vi sono centinaia di esempi che
si muovono in tale direzione.
Da questo punto
di vista il possibile modello italiano – una volta scartata la via
angusta dell’ordine professionale che risponde a un codice - non è
nemmeno quello più arioso dei General councils britannici ma
forse, appunto, quello di un moltiplicarsi di patti educativi capaci,
col tempo, di integrarsi ed espandere l’assunzione responsabile di
regole per concorde adesione.
Una cosa è
certa: non si può dire a parole “federalismoÓ e,
contemporaneamente, aspirare a un unico, centralistico regolatore
educativo.
Si può
certamente storcere il naso, essere scettici circa la realizzabilità
di una simile prospettiva e dunque di un comportamento degli
insegnanti che se ne sappia fare carico.
Ma è tempo
anche di domandarsi: l’alternativa qual è?
Ci sono dei
passaggi cruciali nella vita delle grandi istituzioni, come in quella
delle persone. Oggi la scuola italiana è a uno di questi passaggi e
lo è il fare scuola di centinaia di migliaia di docenti posti
davanti al nuovo.
C’è una
ragione che dovrebbe comunque spingerci oltre: così come stiamo –
legati a un’idea di scuola basata sul singolo docente della sua
materia, spesso congelata a un momento determinato dello sviluppo dei
fondamenti che la costituiscono - una scuola ferma nello spazio e nel
tempo - non riusciamo a rispondere a nessuna delle sfide che vediamo
davanti.
Ma c’è anche
una grande ragione in positivo, una motivazione forte per cambiare:
produrre un nuovo, autentico contesto di significato per i docenti e
gli studenti poiché non si può più difendere e conservare ancora a
lungo un tipo di istruzione obsoleta, autoreferenziale, in-sensata.
Questo possibile
nuovo contesto non è solo per gli studenti, è anche per i docenti
che devono poter vivere la scuola come un contesto “salvoÓ
di ripensamento di pezzi di cultura, di incontro tra generazioni e di
misura anche del proprio essere persone e cittadini, in una dimensione
più ecologica del fare scuola, in cui rinasca lo spazio della
soddisfazione per le imprese compiute insieme e del piacere di fare
bene.
Perché ciò sia
deve poter essere fortemente presente un selettore fondamentale: la
libertà.
Infatti la
responsabilità ha senso e peso solo se c’è libertà di ideazione,
assunzione di compito, proposta e progettazione, azione nel tempo e
nello spazio, gestione organizzativa e finanziaria, manutenzione.
E’ possibile
che la scuola costituisca un luogo per le nuove generazioni di
ampliare il potere di agire nel mondo e anche con se
stessi solo se
ciò avviene anche per i docenti che, nel rinnovare il proprio ruolo,
possono acquisire nuova dignità nella società.
Quanti dei
nostri studenti sono battuti dall’incapacità non solo di dominare i
saperi, ma anche le proprie emozioni, i rapporti con i genitori, con i
coetanei.
Dentro la scuola
gli studenti spesso hanno la sensazione di non potere nulla, ma ci
passano una parte rilevante degli anni cruciali per la loro crescita.
In questo senso la scuola ora spesso non favorisce la libertà, anche
la libertà di godere dei piaceri estetici del sapere e sapere
apprendere e sapere produrre.
E non è forse
vero che vi è una relazione tra questa incapacità e la mancanza di
occasioni per i docenti di mettersi, a loro volta, in gioco
nuovamente?
Eppure, nel
nostro paese, un rinnovamento è da tempo in atto. Anzi, ogni volta
che si costruiscono opportunità ben strutturate di valutazione dei
percorsi e di messa in discussione reciproca e di osservazione e
modificazione del proprio operare pedagogico, si ottengono risultati
incoraggianti in tempo relativamente breve.
Sappiamo già
che la libertà di sperimentare il nuovo produce frutti.
Del resto, da
molti lustri, c’è una esperienza ricca di scuola viva, in cui è
piacevole imparare e insegnare, che crea modelli pedagogici alti,
capace, da sola, di costanza nell’innovazione.
Sì, c'è un
grande bisogno di ritrovare un senso di andare a scuola per gli
studenti, ma anche per i docenti.
E lo si vede
quando le scuole si muovono in avanti. Non si tratta solo di
esperienze cosiddette “di puntaÓ e pienamente codificate: si
tratta di linee pedagogiche che attraversano tante scuole, di migliaia
di docenti che studiano, che sanno guardarsi e migliorare con grande
serietà intellettuale e competenza. E’ un patrimonio a cui va dato
spazio proprio nella battaglia per costruire patti educativi tra
docenti e con tutto ciò che gli sta intorno, secondo la logica –
seguita da tutte le grandi organizzazioni sovra nazionali - delle
migliori pratiche, best practices, da modellizzare e
generalizzare in modo partecipato, creativo, aperto.
Al centro di
questo patrimonio vi sono alcune questioni cruciali che vanno
ricordate e che devono restare la bussola per la costruzione condivisa
di patti educativi ogni volta esplicitati, continuamente verificati,
arricchiti:
- la cura attenta della
relazione educativa,
- i contenuti e le operazioni
che ogni studente dovrà essere messo in grado di fare per dare
senso al proprio apprendimento e renderlo davvero spendibile
socialmente,
- l’attenzione alla
costruzione di identità che veda nella scuola una autentica
palestra di impresa- intesa come luogo di costruzione di azioni
nel mondo e anche dentro se stessi e di ricostruzione della storia
e della propria storia.
Quando queste questioni vengono
messe sul tappeto nelle scuole, crescono, insieme, libertà e
responsabilità.
| Ma c’è
uno scandalo da cui non è ammissibile prescindere |
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Ma c’è uno scandalo da cui non
è ammissibile prescindere.
E’ noto che nel
nostro paese gli adolescenti esclusi dalla scuola sono moltissimi, tra
gli 80.000 e i 100.000 ogni anno.
Si tratta di uno
scandalo, nel senso più nobile e terribile del termine: sconvolgimento
della coscienza, della sensibilità…..
Sì, a fronte di
un esercito di quasi novecentomila addetti all’Istruzione Pubblica, l’Italia
– grande potenza mondiale – perde centomila ragazzi ogni anno.
Questo scandalo è
spesso richiamato nei dispositivi di legge, nelle memorie degli uffici
centrali e periferici, nei documenti sindacali, della Confindustria,
delle associazioni di categoria, della Chiesa, dell’Osservatorio
Nazionale per l’infanzia e l’adolescenza e, ritualmente, viene
nominato in un paragrafo, qui o lì messo, di quasi ogni scritto che si
occupi di scuola; è sempre ricordato nei progetti di tantissime scuole
così come nei moltissimi dispositivi che li ispirano.
Prende nomi che
cambiano nel tempo: abbandono, disattesa o dispersione
scolastica, fallimento formativo….
Viene evocato
quando la cronaca ci consegna tremende notizie su nostri ragazzi di
tredici, quattordici, quindici anni sofferenti, perduti o morti o quando
gli studi di settore vengono resi ogni anno pubblici e mostrano le
inconfutabili grandezze dello scandalo.
Ma non è stata
costruita una rete nazionale di scuole o di esperienze della seconda
opportunità – come, invece, è accaduto in altri posti del mondo -
né è stata indicata una qualche authority che riunisse e
sostenesse le molte agenzie e competenze, come pure accade altrove;
oltre i molti seminari e convegni e le migliaia di occasioni formative
per i docenti su questo tema, non c’è stata una seria, grande
chiamata alla riflessione nazionale – da parte delle Istituzioni - su
questa perdita di decine di migliaia di persone all’istruzione di base
e alla formazione in così giovane età che è, insieme, perdita delle
coscienze di tutti noi docenti ed educatori italiani.
Tanto meno esiste
un organico Piano che dia indirizzo alle scuole dell’autonomia e che
sappia prendere su di sé il peso e la responsabilità piena dello
scandalo, capovolgendone il significato in azione positiva e
propositiva.
I miei colleghi ed
io abbiamo avuto modo, nel corso di questi anni di battaglie intorno a
questo scandalo, di apprezzare spezzoni di iniziative che, tuttavia,
hanno, ogni volta, deluso le due condizioni insostituibili per ogni
speranza di successo che sono:
- la continuità nel tempo degli
interventi e
- il coordinamento costante.
Oggi partono
ancora nuove iniziative di un nuovo governo e ancora una volta non
sentiamo che queste, pur animate da nobili propositi, abbiano il segno
forte della memoria storica degli interventi e dello studio della
complessità delle azioni avviate contro il fallimento formativo e, di
nuovo, vediamo che non sono attivate con l’attenzione a un forte
coordinamento di tutte le esperienze già sul campo e che sono ricche
di memoria, riflessioni, saperi. Né sono dotate dei necessari
supporti finanziari e di coordinamento con le nuove e antiche
competenze degli enti locali in materia.
La storia delle
aspettative disattese su questo fronte andrebbe scritta con cura
perché insegna molto sulla curiosa ma innegabile relazione che c’è
tra l’incostanza delle misure istituzionali e la perdita di
occasioni di istruzione di base per tante migliaia di nostri ragazzi.
E’ una
relazione che rivela, amaramente, anche un poderoso intreccio di
responsabilità che riguardano ciascuno, che non sono identificabili
solo nelle Istituzioni astrattamente intese ma “nelle persone che
si occupano di ” – dunque in ogni membro del cosiddetto
personale della scuola, sindacalisti, volontari, imprenditori, tutti
noi compresi, nessuno escluso.
La nostra
esperienza e osservazione ci dicono che la deontologia del
sistema-scuola e, insieme, di tutte le professioni legate all’educazione
ha a che vedere direttamente con questo scandalo.
E’ pur vero,
però, che esiste il principio della responsabilità politica.
Tutto il mondo
politico riconosce, da molti lustri, la verità di questo scandalo,
oggi addirittura accresciuto di fronte alle nuove complessità del
sapere e del lavoro e alle incerte cornici entro le quali avviene la
crescita delle persone. Ma nessun governo lo ha saputo guardare
davvero negli occhi né ha davvero pensato al come affrontarlo. E
nessuna opposizione ha sollevato questo scandalo a grande questione
nazionale. Nessuno. Né si sono sentite levare al cielo, con suono
adeguato, le trombe della protesta sindacale.
E non è vero
che il sistema Italia e la scuola pubblica italiana ne siano, per
definizione, incapaci. Tanto è che tutti i bambini oggi frequentano
la scuola elementare, cosa che non avveniva venti anni fa’. Siamo,
quindi, capaci di affrontare grandi imprese nel campo dell’educazione
di base. Ma non ci stiamo ponendo questo compito oggi.
E questo
scandalo ha luogo non in un paese incompetente in questo campo bensì
in un paese che ha migliaia di ottimi docenti già instancabilmente e
da anni e anni al lavoro su questo fronte ma che si sentono lasciati
soli, in un paese che ha un’ampia tradizione, studi importanti e
aggiornati, uffici che conservano, con testardo senso della
testimonianza civile, i dati e la memoria di questa grande, scandalosa
vicenda italiana e, ancora, esperienze pilota riconosciute ovunque,
tra cui la nostra ma non solo la nostra.
Eppure, non si
riesce a stabilire una grande priorità nazionale e la
concertazione forte tra tutti gli attori interessati non trova alcun
tavolo: l’apertura di una battaglia di civiltà contro questo nostro
scandalo interno non avviene nella misura tale da poter pesare e da
poter determinare un significativo cambiamento.
Quando si
perdono, in un modo o in un altro, due ragazzi su dieci a un decoroso
percorso di istruzione e formazione - in un paese pienamente
sviluppato e che ha un’immensa, millenaria tradizione culturale - di
quale Scuola stiamo parlando?
Dopo anni di
osservazione, temo che la mancata reazione al fallimento formativo di
massa sia anche favorita da un potente rimosso collettivo, una
vergogna che impedisce di prendere misura e misure su cosa sia la
relazione a scuola, tra adulti educatori e ragazzi e ragazze.
Lo dico con
tristezza e senza alcuna faziosità perché è questa una questione
che non consente parzialità politica di sorta e per la sua gravità e
perché nessuno può dirsi innocente.
Forse questo è
– in una società che nessuno pretende che diventi compiutamente giusta
ma semplicemente decente – uno dei quattro terribili
scandali, insieme alla sistematica distruzione del nostro ambiente,
alla disoccupazione cronica di massa – a cui, pure, è sempre più
legato lo scandalo del fallimento dell’istruzione e della formazione
- e insieme alla mancata accoglienza civile degli immigrati da parte
di una nazione di emigranti nella quale ogni famiglia ha gente che
vive altrove nel mondo e che ha contribuito a costruire altri mondi…..
Quando i ragazzi
e le ragazze ci chiedono conto di queste cose, a cui è faticoso ma
possibile dare soluzione e non genericamente del mondo imperfetto
in cui viviamo, come rispondiamo noi tutti, con quale onore
deontologico?
Per il rispetto
che porto alle Istituzioni voglio dirlo con assoluta sincerità:
aldilà della opportunità o meno di un codice deontologico, che io
non considero una buona soluzione per le ragioni che ho qui espresso,
ragionare della professionalità docente in modo neutro, separato o
esterno rispetto allo scandalo del fallimento formativo di massa, per
me, non ha alcun senso.
In un sistema di
patti, ci vuole un patto d’onore del sistema-scuola intorno a questa
battaglia – che abbia il segno della First Priority - che dia
nuovo senso alla stessa parola professionalità.
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