Educare nel mondo digitale tra rischi e opportunità. I genitori hanno bisogno di aiuto

Per Piero Dominici e Roberto Maurizio, ospiti dell’incontro di EDUCA promosso da Con.Solida in collaborazione con L’Agenzia per la Famiglia e l’Università di Trento, bisogna tornare a investire sulle materie creative, sulle discipline che coltivano empatia e spirito critico passando dal concetto di “sapere utile” a quello di “sapere vitale”. E i genitori, di fronte alla rivoluzione tecnologica, devono essere sostenuti e formati. Il rischio maggiore è credere che educazione e istruzione per essere efficaci debbano essere per forza digitali.

“Poveri, isolati, fragili, inadeguati, impreparati, passivi”. In un recente focus group composto da 100 genitori e condotto da Roberto Maurizio, ricercatore e consulente di politiche familiari, questi sono i sei aggettivi maggiormente utilizzati da mamme e papà per definire il proprio rapporto fra educazione e nuove tecnologie. Nel confronto, tenutosi questa mattina a EDUCA e curato da Con.Solida in collaborazione con L’Agenzia per la Famiglia e l’Università di Trento, si è discusso sul come supportare l’educazione nel mondo digitale. “Queste sei semplici parole – ha spiegato Maurizio – danno conto di una dimensione della genitorialità fortemente in crisi. Bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto. Il problema è che nella maggior parte dei casi non si sa a chi chiederlo. In una ricerca condotta a Torino, un gruppo di pediatri ha dichiarato di ricevere dai genitori dei propri piccoli pazienti un 25% di domande incongrue, non attinenti alla professione medica ma vertenti per lo più su come educare i propri figli. Questo dimostra che i familiari hanno un estremo bisogno di qualcuno che li consigli e li guidi in campo educativo. È chiaro che se non trovano una persona fisica ad aiutarli si riversano tutti su internet e sui social per chiedere pareri e opinioni su qualsiasi aspetto. La principale sfida pedagogica secondo me – ha proseguito – è proprio quella di supportare psicologicamente i genitori oltre a formarli su come cercare informazioni attendibili in rete e come selezionarle per fare scelte più razionali e consapevoli”. 

Un’analisi critica delle agenzie educative contemporanee è quella espressa poi da Piero Dominici, docente di comunicazione all’Università di Perugia: “Dobbiamo uscire dall'equazione che l’educazione per essere efficace debba essere digitale. La tecnologia ci può dire come fare le cose. Ma è muta rispetto ai perché. Il confine fra rischio e opportunità delle nuove tecnologie è sottilissimo. La differenza la fa, come sempre, la solidità della nostra conoscenza. La povertà educativa, l’analfabetismo funzionale, il crescere delle diseguaglianze con la scuola che ha smesso di essere ascensore sociale, non sono colpa del digitale. Dipendono dal fatto che abbiamo smesso di investire nell’istruzione e nella ricerca. In particolare abbiamo abbandonato a sé stesse l’arte, la musica, il teatro e la letteratura. Noi, invece, dobbiamo tornare a investire in materie creative. In quelle che coltivano empatia, affettività, spirito critico. Anche perché il 65% per cento degli studenti che frequentano oggi le elementari farà lavori che ancora non esistono e userà strumenti che continueranno a cambiare”.
Alla domanda provocatoria di una insegnante che chiedeva quale fosse in questo contesto il ruolo della scuola, Dominici ha risposto: “Il grande equivoco della nostra epoca è che si parla solo di competenze. Di ‘saper fare’. Di pensiero tecnico e tecnologie. Ma educare solo al ‘saper fare’ è il modo migliore per non produrre innovazione. Noi dobbiamo tornare a educare al ‘sapere’ e al ‘saper comunicare il sapere’. Non quello utile per forza. Ma quello vitale. Se ci spingiamo verso un’innovazione tecnologica priva di cultura i rischi saranno incalcolabili.”

All’incontro è intervenuta anche Milena Bigatto della start up HIT – Hub Innovation Trentino, costituita col supporto dell’Università di Trento, che in questa tre giorni di EDUCA ha condotto la “Sfida per la scuola digitale”: 16 insegnanti e 13 studenti universitari, guidati da 20 esperti e facilitatori, si sono confrontati per cercare di realizzare una decina di unità didattiche che potessero sfruttare appieno alcuni strumenti tecnologici. Molti i tools progettati con interessanti applicazioni per la didattica: da una mini-Wikipedia fatta con e per i bambini, all’utilizzo di Open Street Map per lezioni di geografia “partecipata” (una sorta di Google Maps open source che permette a bambini e ragazzi di mappare i luoghi di interesse storico artistico della propria città, aggiungendo voci, notizie, descrizioni). La collaborazione e il confronto tra i partecipanti alla tecnosfida ha portato inoltre a “snaturare” un dispositivo audio-video pensato per supportare gli studenti con dislessia, utilizzandolo invece come mezzo per l’apprendimento delle lingue straniere. Credo – ha sottolineato Bigatto – che come abbiamo insegnato ai nostri figli a nutrirsi correttamente, con la stessa importanza e quotidianità dobbiamo insegnar loro a utilizzare in modo adeguato i nuovi strumenti tecnologici. Dobbiamo mostrar loro le potenzialità e l’utilità di mezzi che possono generare reti di conoscenze e valorizzare beni comuni”.

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